Sì, è un periodaccio: c'è crisi, i clienti non pagano, i prezzi sono depressi, non ci sono ordini... un po' la stessa storia per -quasi- tutti.
Ma oggi parlando con un collega è uscito un concetto che di sti tempi calza a pennello. Una di quelle cose da poster sulla motivazione, che ti ripetono ai corsi, ma che si dimentica proprio quando è necessario applicarla.
Essere attivi nel risolvere un problema è solo metà del lavoro: non serve a molto se non si è proattivi nel cercare di evitarlo il problema, prima che si verifichi.
No, non serve la sfera di cristallo, almeno non sempre.
Un ufficio acquisti prevede se una materia prima arriverà in ritardo
Un commerciale sa che probabilmente non riuscirà a rispettare una data di consegna
Un produttivo immagina che una produzione potrà avere dei problemi
E non fare nulla sperando nella fortuna per poi dire "c'è un problema, non si può fare nulla", è quantomeno criminale.
Certo, informazioni del genere all'interno delle aziende seguono quasi sempre canali informali, altrimenti si corre il rischio di essere considerati uccelli del malaugurio (per non dire di peggio)... Ma è fondamentale che questo flusso esista, giri, generi scambio, venga utilizzato per prevenire.
Altrimenti tutta la comunicazione del mondo non potrà salvarvi la faccia davanti a clienti imbestialiti che se va bene vi tempestano di telefonate, se va male vi rovinano su internet.
Certo, per tutto questo serve quel mito che va sotto il nome di "spirito collaborativo" (o gioco di squadra, o chiamatelo come volete). Che non si crea dal nulla, ma si coltiva con pazienza per tanto, tanto tempo.
Se non ci avete ancora pensato, cominciate da adesso. E' già tardi...
venerdì 11 febbraio 2011
La preveggenza nelle organizzazioni: la solita storia del prevenire, del curare...
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giovedì 15 luglio 2010
La Cina è vicina? Fra un po' ci sorpassa. Di nuovo...
Marco Massarotto ha passato un po' di tempo in Cina, ed ha scritto un post sulla mancanza di brand nel sistema di mercato cinese.
In parole povere, una delle maggiori potenze economiche del mondo nel suo mercato interno ha una predominanza forte di brand stranieri (che non vedevano l'ora di mettere le mani su un mercato con quei numeri), mentre all'estero è percepita come fotocopiatrice di altre marche, con copie più o meno riconoscibili.
Pochi i marchi cinesi che vanno controtendenza, affermandosi a livello internazionale.
Tralasciando l'osservazione di marco -peraltro giusta- che "i cinesi le marche occidentali se le comprano", penso a come sia cambiato il processo di costruzione del marchio negli ultimi anni:
Prima:
ho un prodotto, costruisco il mercato, e gradualmente investo per promuovere un marchio che è conosciuto, magari in una nicchia, ma una sua forza già ce l'ha.
Adesso:
Ho un prodotto, cerco di costruire il marchio con investimenti promozionali per far partire le vendite.
Con il mercato interno che la Cina ha, la mia impressione è che pian piano cominceranno ad esportare marchi che un loro fatturato già lo muovono. E questa mi sembra una tattica sana. Fra qualche tempo riusciranno pure a cambiare il percepito di bassa qualità che ora abbiamo dei prodotti cinesi. Del resto molti -tutti?- prodotti Apple vengono già da là.
Nel futuro prossimo, anche per la crisi, sarà necessario ripartire dal prodotto. E se questo avrà il sacrosanto vantaggio competitivo allora i metodi e le risorse per promuoverlo arriveranno.
Sempre che la Cina non ci superi ancora una volta, anche in questo...
L'immagine è di jplust
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giovedì 26 giugno 2008
Le voci corrono...

Lo so, di questo ho già scritto, ma non conto più le persone che mi parlano male del proprio posto di lavoro. A volte è solo una critica circostanziata, a volte si sfiora la situazione tragica. E risulta chiaro che se le cose fossero migliori ne godrebbe in primo luogo l'azienda stessa. Ma non si può dire, altrimenti si viene additati come quelli che criticano sempre (e magari portano pure sfiga).
Se va bene si viene solo crocifissi in sala mensa.
Salta all'occhio come l'internal marketing sia un'utopia (a meno che non significhi un bel corso motivazionale, tenuto da consulenti pagati a peso d'oro, che cercano di convincerti che "il lavoro è il tuo hobby perchè ti piace farlo*": ma siete matti?)
Prima di ascoltare fuori dall'azienda, bisogna essere pronti ad ascoltare dentro.
Anche perché avere dei dipendenti persone che parlano bene del posto in cui lavorano è importante, soprattuto in Italia dove molte imprese sono fortemente territoriali (e le voci corrono).
La "cassetta dei consigli anonimi" non serve a nulla: solo a farsi il sangue amaro pensando "chi ha detto questo di quello".
Bisogna cambiare mentalità. Umiltà e orecchie aperte. Chi lo spiega all'imprenditore medio italiano?
*ci hanno provato, giuro...
Foto di akav
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mercoledì 14 maggio 2008
ENI Internal marketing: solo una formalità?
- possono capitare possibili errori(già stai migliorando...)
- i lavoratori fanno dei turni (negli uffici marketing?!? stakanovisti...)
- chi lavorava in quel momenti era in sala riunioni per una conference call (ore 1.00, ed il giorno dopo alle 2.00?!? sono dei martiri...)
- può essere capitato(ecco, ora ci sei... ci voleva molto?)
Ora, capisco l'improvvisata dell'argomento trattato, ma arrampicarsi sugli specchi in quel modo quando bastava ammettere semplicemente l'errore non è sta gran cosa.
In più torniamo al solito problema: una volta si diceva predicare bene e razzolare male; oppure per un'azienda fare propri i principi che si sventolano con spot televisivi e campagne stampa. Prima di fare tutto ciò hanno fatto una circolare interna per il risparmio dell'energia negli uffici? Senza un po' di internal marketing la credibilità rischia di andare a quel paese...
P.S: geniale l'ultima scena in cui Golia toglie la lampada Tizio dalla scrivania di Di Giovanni perchè alogena, e la frantuma :)
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