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domenica 14 ottobre 2012

Piccolo sfogo sulla comunicazione. Poi si torna a lavorare...


Chi glielo dice a “quelli della pubblicità” che non ci incantano più se non dicono la verità?

Spiegategli che ormai sappiamo che un sapone per mani non idrata la pelle.

Che un detersivo non lava più bianco.

Che sappiamo benissimo chi miagola fra un cane ed un gatto, ma non vi manderemo un messaggio con la risposta per trovarci abbonati a sfondi e suonerie.

Che più il testimonial è famoso, meno ricorderemo il prodotto.

Che nemmeno le donne nude funzionano più tanto, da quando si usano anche per il silicone (quello per sigillare, non per le protesi…).

Impareremo presto anche che se è vero che un pieno di gpl costa 15 euro, poi non faccio gli stessi chilometri che con un pieno di benzina. Insomma risparmio, ma giusto un po’ più che con il diesel.

 Stephen Leacock ha scritto che "la pubblicità si può descrivere come la scienza di fermare l'intelligenza umana per il tempo necessario a spillare quattrini"

Bene, da un po’ di tempo questo tempo si sta allungando. O mi dici qualcosa che mi interessa sapere, o ti dimentico.

Insomma, la pubblicità, o meglio la comunicazione in genere deve ricominciare dalle basi e dire cosa A fa meglio di B. O nei casi migliori cosa A fa che B non pensa nemmeno sia possibile fare.

Gli aggettivi stanno sempre più perdendo importanza verso nomi e verbi.

Mettiamo un punto e andiamo avanti, che ce n’è bisogno...



Nda: Questo è uno sfogo, scritto di getto, quindi non ha link. So che non si fa, ma per una volta perdonatemi J

E per dirla chiaramente, non sono assolutamente convinto che la pubblicità non funzioni più, o che sia morta. Solo che prima si cambia stile, prima (ri)comincierà a funzionare meglio…

mercoledì 15 settembre 2010

Madison Ave vs. Silicon Valley: un titolo che è già un programma...

Un post su Makin' Ads riprende una presentazione -qui sotto- dal titolo che è già bello di suo:


Allargando il concetto, cosa dovrebbero imparare i pubblicitari puri dalle aziende, ed il contrario. Una mia idea fissa...

Solo due perle:

La Silicon Valley è forte nel "marketing without media".

Dalla Madison Avenue è da prendere il concetto "a brand is a promise"

Per il resto, non vi rovino la sorpresa :)

giovedì 15 luglio 2010

La Cina è vicina? Fra un po' ci sorpassa. Di nuovo...

Marco Massarotto ha passato un po' di tempo in Cina, ed ha scritto un post sulla mancanza di brand nel sistema di mercato cinese.

In parole povere, una delle maggiori potenze economiche del mondo nel suo mercato interno ha una predominanza forte di brand stranieri (che non vedevano l'ora di mettere le mani su un mercato con quei numeri), mentre all'estero è percepita come fotocopiatrice di altre marche, con copie più o meno riconoscibili.
Pochi i marchi cinesi che vanno controtendenza, affermandosi a livello internazionale.

Tralasciando l'osservazione di marco -peraltro giusta- che "i cinesi le marche occidentali se le comprano", penso a come sia cambiato il processo di costruzione del marchio negli ultimi anni:

Prima:
ho un prodotto, costruisco il mercato, e gradualmente investo per promuovere un marchio che è conosciuto, magari in una nicchia, ma una sua forza già ce l'ha.

Adesso:
Ho un prodotto, cerco di costruire il marchio con investimenti promozionali per far partire le vendite.

Con il mercato interno che la Cina ha, la mia impressione è che pian piano cominceranno ad esportare marchi che un loro fatturato già lo muovono. E questa mi sembra una tattica sana. Fra qualche tempo riusciranno pure a cambiare il percepito di bassa qualità che ora abbiamo dei prodotti cinesi. Del resto molti -tutti?- prodotti Apple vengono già da là.

Nel futuro prossimo, anche per la crisi, sarà necessario ripartire dal prodotto. E se questo avrà il sacrosanto vantaggio competitivo allora i metodi e le risorse per promuoverlo arriveranno.

Sempre che la Cina non ci superi ancora una volta, anche in questo...


L'immagine è di jplust

domenica 1 marzo 2009

How to make a Tribe?

Con un post di Gianluca torna l'argomento del creare -e mantenere interessata- una tribù* attorno al proprio marchio.

Sul fatto che Facebook non sia il posto giusto siamo tutti d'accordo: il solito problema di chiedere attenzione in un posto dove la gente va per fare altro.

Seth Godin ha basato il suo ultimo libro sull'importanza di avere un gruppo chiuso, ristretto con il quale dialogare. Rimango dell'idea che non possa essere tutto qua.

Se propongo di formare un club esclusivo di persone, le prime ad iscriversi saranno i fan sfegatati del mio marchio. Il rischio è che il loro senso critico possa essere "offuscato" dall'entusiasmo. Certo sono loro i più reattivi alle nuove proposte, ma mi posso davvero fidare ad utilizzarli per misurare il livello di servizio che offro? O posso aspettarmi da loro una critica su cui lavorare per migliorare?

Oppure: in un momento di crisi, la tribù si riduce: clienti che si perdono, persone che perdono interesse per certi argomenti... come mantenere un numero ideale di interessati? E qual'è questo numero? Poi sì che si finisce si Facebook (qualche tempo fa era Second Life, ora chi ne parla più?).

Tu azienda, vuoi la tua tribù?

Creala cominciando a "dare": notizie, informazioni, consulenza.

Cerca le persone nei luoghi dove è già chi può essere interessato ai tuoi argomenti, non a caso, o segmentando per età/lavoro/reddito (sì, c'è chi lo fa ancora: che teneri :) ).

E non mettergli dei limiti, perchè se e quando sarai in difficoltà sarai la prima a toglierli.

Continua a "dare": farsi ascoltare la prima volta è semplice, il difficile è costruire un rapporto duraturo -un po' come con le ragazze, insomma-.

Rispondi a tutti (o provaci), anche se capitano in contatto con te per caso e non li sentirai mai più.

Ok, fin qua tutto semplice: domani comincio a provarci io. Fra qualche mese ne riparliamo e spero di non dover ammettere che tutto questo non serve a una cippa. Speriamo.. :)




* Il solito problema dell'inglese: "tribe" è figo, tribù fa tanto pubblicità dei telefonini. Per quello almeno il titolo del post è in inglese :)

domenica 14 settembre 2008

Mantenere la reputazione on e off line


Del fatto che nei tempi duepuntozero un'azienda non possa permettersi di predicare bene e razzolare male se ne parla tanto (figurarsi, l'ho fatto anche io).

Molti brand con la faccia (o a volte soltanto la maschera) da bravi ragazzi sono già passati sotto le forche caudine dei blogger, che sembra non vedano l'ora di fare un appunto a chi sbaglia.

Ma qui si tratta di un fatto un po' più grave del solito. Commesso probabilmente da un collaboratore esterno dell'organizzazione in questione -Carrefour-, la quale può probabilmente considerarsi vittima della situazione. Ma non per questo non si deve sentire obbligata a rimediare.

Della parte "brand reputation" ha già scritto -benissimo- Maurizio, non voglio fare un doppione.

Ma dipendenti e collaboratori esterni rappresentano sempre e comunque la faccia dell'azienda verso che le si avvicina: basta un comportamento sbagliato a mandare in vacca un bel po' di euro spesi in comunicazione, pubblicità e customer care. In questo caso però mi viene da pensare che si possano fare corsi di comunicazione, direttive aziendali e altre mille cose. Ma dall'episodio singolo è difficile difendersi: è necessario essere veloci a chiedere scusa e rimediare...



PS: Luca invita a mandare una mail a servizioclienti@carrefour.com: io l'ho fatto, non fosse altro per dimostrare che su ste cose un po' di gente che si muove c'è...

Aggiornamento 15/09: Carrefour ha risposto a chi gli ha inviato la mail, scusandosi e assicurando provvedimenti sulla vicenda. Quando si dice il "lieto fine"...

Foto di Heather Louise Photography

martedì 15 luglio 2008

Magari non è bella, ma è simpatica...



Essere ironici non vuol dire essere meno convincenti.
Troppo spesso si cade nella foga di dichiararsi "leader di mercato" (google dà 1.580.000 risultati: possibile non ci sia nessuno che sia almeno secondo?).

Bernbach ha costruito sull'essere secondi una delle campagne meglio riuscite di sempre (secondo me, eh?!?). Io nel mio piccolo ne avevo già parlato (qui e qui), ma mi è tornato in mente il concetto quando ho visto un prodotto (chiamarlo wc chimico è brutto sul blog, dai...) di Sebach.

Prendersi in giro, far sorridere chi passa di lì, porta vantaggi in termini di brand awareness, e cosa quasi della stessa importanza, rende simpatici (che non è come quando di una ragazza dici "è simpatica"...).

E quanto ci si metterà a capire che in un mondo dove differenziarsi è fondamentale (e sempre più difficile), essere simpatici aiuta un bel po'? (sempre secondo me, eh?!?)

martedì 8 luglio 2008

Bene o male, non basta più che se ne parli



"Bene o male, basta che se ne parli..."

Il vecchio adagio sulla pubblicità, oggi non funziona più.

Oggi si parla come al solito della pubblicità, ma sempre più del prodotto. Si sta imparando sempre di più a separare il prodotto dalla pubblicità.
Uno spot è bello anche se il prodotto non è sto granchè. E le persone lo capiscono.

Costruire un brand non passa più dal cartellone più grande o dallo spot più frequente: passa da quello che pensano -e si dicono- le persone.

Non basta più enunciare . Bisogna convincere.

E per farlo urlare non serve a molto. Difficile dialogare, scambiare idee quando qualcuno parla più forte degli altri. Modulare la propria voce su chi ascolta, e ascoltare quando a parlare è chi ha comprato il tuo prodotto (o sta pensando di farlo).

Le aziende hanno portato su internet la reputazione che avevano sugli scaffali. Ora devono essere pronte ad affrontare il processo inverso.



Foto di Blech

domenica 8 giugno 2008

Opinion matters...


Dal blog di Greg Verdino salta fuori la segnalazione dell'iniziativa di Noah Brier denominata "Brand Tags": una pagina web propone marchi a caso fra i più popolari, ed è possibile commentarli con una parola, una frase.
Il punto, traducendo Marty Neumeyer, è che "un brand non è quello che dice l'azienda, ma quello che dice la gente" (non i clienti, e nemmeno i consumatori...).

Per questo voglio vedere aziende che smettano di dichiararsi on e off line "leader del settore" (quale? chi l'ha deciso? su quali parametri?), e che comincino ad ascoltare cosa le persone pensano di loro.
Vogliamo chiamarlo metaforicamente uno "scendere in piazza"? Ascoltare (con attenzione), rispondere (con sincerità), chiedere scusa quando si sbaglia (in prima persona), e prendere i complimenti meritati (degli altri, non autoreferenziali).
Le sorprese potrebbero essere tante, sia positive che negative: ma finchè non ci si prova non si può sapere...

Pic by KasLange

giovedì 22 maggio 2008

Non è bello ciò che piace... ma cosa piace?

Da un post (ora rimosso) sul blog di Luca De Biase, arriva uno spunto interessante.

Durante un seminario, intervistati da Fausto Colombo alcuni ragazzi chiedono: «Posso prendere tutta la musica del mondo che mi piace. Il problema è che cosa mi piace?»
Risponde Colombo: «I marchi un tempo erano manuale generale di esperienza. Oggi sono una bussola. Al marchio si chiede un'indicazione di gusto. Si concede una grande fiducia, ma critica e a termine».

Non sono sicuro che i marchi debbano essere presi come bussola per tirare fuori i piedi dall' information overload (che può essere anche su quale musica ascoltare, o su un'altra questione a caso).
Il problema da affrontare magari è "capire come scegliere". Quando su un lettore mp3 puoi mettere tanta musica da non riuscire ad ascoltarla in un anno, o quando puoi accedere a tutti i film girati da quando esiste una cinepresa, diciamocela tutta: il marchio cerca di tirare l'acqua al proprio mulino.
Non credo che la gente conceda fiducia ai marchi, ma che magari li usi -o li debba usare- criticamente per farsi un'idea.

"Cosa mi piace"?
Chiederselo un po' più spesso farebbe risparmiare tempo :)

PS: A vederla un po' larga, questo post di Luca conti ha a che fare col di cui sopra...




Pic from Daniel Y. Go

lunedì 21 aprile 2008

Alla fine Scorsese è quello che ci guadagna di più

Sei un'azienda spagnola, produci spumanti e vini di gamma medio-alta, e vuoi fare uno spot. Vuoi proprio fare una gran cosa, quindi affidi la regia a Martin Scorsese, mica al primo torero che passa... La trama la prendi facendo un remake di Hitchcock, con finale simpatico a sorpresa. Hai speso un'esagerazione, quindi sei soddisfatto, convinto che un investimento tale (lanciato pure sotto Natale dell'anno scorso) produrrà infiniti volumi di vendita ed attenzione sul brand negli anni a venire, perchè in tv passa questo:



Bello, davvero. Ma cosa mi dice del prodotto? qual'è il vantaggio competitivo che mi mette in risalto? Perchè insomma devo comprare due casse da sei bottiglie del tuo "reserva" ed ubriacarmici durante tutte le feste natalizie? Non è che se al posto della tua bottiglia ne metto una a caso fra quelle in commercio lo spot funziona lo stesso? Perchè se è così le vendite saliranno -forse- per un semplice effetto ricordo (direttamente proporzionale al numero di volte per cui lo spagnolo medio avrà visto il tuo spot), per poi disperdersi, perche nulla alimenta il ricordo del tuo brand. Non hai detto niente di nuovo agli spettatori, un motivo per brindare con la tua bottiglia. Ci hai messo Scorsese, che ha fatto un gran bel lavoro. Ed alla fine, forse, è quello che ci guadagna di più.

P.S: questo è lo spot vincitore del "Grand Prix de tv Fiap* 2008". Ora, se si parla di tv ci può stare, se si parla di pubblicità secondo me qualche base manca...

via


* "Festival Iberoamericano de la Publicidad"

giovedì 17 aprile 2008

Fare branding in una tazzina...


caffè vergnano
Originally uploaded by ottavotasto
Nell'ultimo week end in trasferta barese ho preso un cappuccino in un coffee point Vergnano. Avevo già visto forme strane fatte col cacao, ma utilizzarlo per fare un po' di branding mi sembra una bella idea. Magari per prodotti non direttamente correlati al caffè, ma che si trovano all'interno del bar...
P.S: nel sito ci sono gli spot di qualche tempo fa con Dustin Hoffman, azzeccatissimi :)

giovedì 21 febbraio 2008

Quando il logo di Nokia era una carpa

A questo link la storia e l'evoluzione dei marchi tecnologici più conosciuti (Microsft, Apple, Firefox...), e si capisce che:

- a volte basta cambiare un nulla per modernizzare un logo (IBM)

- c'è gente che nel passare degli anni ha veramente cambiato strada un bel po' di volte (Nortel), contro chi in 50 anni è rimasto con lo stesso marchio (Canon).

- se Adobe fosse stata fondata a Modena oggi avremmo il "SECCHIA ACROBAT READER": gli americani ci fregano con la lingua...